N.180060 -ALBERTO MIELI

“[…]Troverò in paradiso quel macilento tralcio rosa
che a Mauthausen fiorì dietro la baracca quattordici.
Avrà i suoi occhi ogni cosa capace di durare,
miracolata, innocente, ostinata e radiosa […]”

Maria Luisa Spaziani, I fasti dell’ortica
A. Mondadori, 1996

Una storia monografica di dolore e violenza tra i campi di lavoro e di sterminio quella di Alberto Mieli. Tra Auschwitz, i vagoni lagher, Mauthausen, le marce forzate e i ricordi dolorosi della sofferenza, della morte e delle barbarie. Storie dei suoi compagni di prigionia, delle cicatrici che si porta sulla pelle. E quel numero, il 180060, inciso e marchiato, ricordo indelebile delle atrocità umane.
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ALBERTO MIELI

ALBERTO MIELI

Alberto Mieli, matricola numero 180060, tatuata sul braccio ad Auschwitz. Chiamato 'Zi Pucchio', romano 'de Roma' ed ebreo, è stato catturato a 17 anni, nel novembre del 1943, da militi fascisti e della Gestapo. Era scampato alla razzia del Ghetto, un mese prima. Visse le atrocità e la violenza dei campi di sterminio.

Il Lazio fu certamente tra le regioni italiane più segnate dal passaggio della guerra. Due fronti aperti – quello della “Linea Gustav“ sul Garigliano e quello di Anzio/Nettuno – sui quali si svolgono intensi combattimenti, l‘altissima concentrazione di truppe, in primo luogo tedesche, la martellante attività aerea alleata, le evacuazioni forzate e le difficoltà di approvvigionamento, requisizioni e repressione antipartigiana travagliano la vita della popolazione di questa regione. La presenza tedesca fu particolarmente consistente. Una intera armata, la 14a, forte di 145000 uomini, e buona parte dei 174000 della 10a armata erano dislocati sul suo territorio.

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